Sunday, May 19, 2019

La caduta dell’impero, Beyoncé e le persone

Nella curva discendente di Giambattista Vico, l’impero, il capitalismo, la corsa sfrenata all’arricchimento monetario e materiale sta arrivando alla frutta. Probabilmente un cambio de paradigma avverrà presto, o almeno si spera, ma non sarà il prodotto di una redenzione, o un progresso collettivo che ha spinto l’umanità a rendersi conto di quanto faceta fosse quest’idea di sviluppo. Ideali socialisti e comunisti, che molto hanno fatto nel campo dello sviluppo sociale, non sono riusciti a tenere la rotta quando incaricati di gestire nazioni. Movimenti hippie hanno avuto un impatto nel corto termine ma son ben presto diventati una moda. Integrazioni sovranazionali hanno dato dei contributi sostanziali, ma a un ritmo troppo lento per stare al passo del cambio. Stiamo arrivando alla frutta, o meglio, la frutta non cresce più: il clima sta dando allarmi difficili da ignorare, che imporranno manu terra un nuovo modello. Mutare o perire. Ma di questo ne parliamo un’altra volta.

Anche nel periodo di decadenza di un impero però, nella tristezza della rassegnazione dell’industria zoppa, del ceto medio insoddisfatto che si sorprende nuovo reazionario, dell’individualismo vile e sadico che lascia poco posto a una visione collettiva, brillano ancora antichi sfarzi. Lo spettacolo continua. Per fortuna. In un’arena chiamata Coachella, moderni gladiatori si affrontano al suon di note. Fuori, l’invasione degli oceani e la crescita dei barbari. O il contrario. In scena, show mirabolanti, apoteosi musicali, momenti d’arte che potrebbero essere tra le espressioni più alte della cultura moderna. E in mezzo a tutto ciò, un’esibizione che cambia le regole del gioco. Di cui io, relegato alla periferia digitale del villaggio globale, vengo a conoscenza solo un anno dopo, ma di certo questa non è una buona ragione per non rifletterci.

Homecoming di Beyoncé, è un manifesto popolare dell’affermazione del sé, della donna, della cultura condivisa da un gruppo. Chi cazzo se lo sarebbe aspettato 15 anni fa mentre bevevamo un Bacardi Breezer alla sagra del paese ascoltando Crazy in Love, eh? Difficile da etichettare come letteratura o musica colta, magari più sempliciotta di un pezzo del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza, ma non per questo, o forse proprio non per questo, meno importante. Non è Nina Simone, né Malcom X, né Chimamanda Ngozi Adichie, anche se li ritroviamo tutti dentro. È Beyoncé che dice “Ooh, boy, sembra che ti piaccia quello che vedi, perché non vieni a dargli un’occhiata?” riferendosi al suo culo. E poi aggiunge che forse sto boy lo potrà pure avere sto culo, basta che non lo tocchi. Parla di rispetto, a modo suo, a modo popolare.



Parla di empowerment delle donne, non di quote rosa (quote rosa!!! Chi è quel coglione che davvero pensava che chiamarle quote rosa andasse in direzione di un empowerment femminile?), né espressamente di diritti civili. Non usa espressioni idilliache, ma i concetti sono tutti lì, a disposizione di un popolo che magari non ha fatto l’università, che si trova a lottare per il pane quotidiano, ingabbiato in un modello capitalista che lo tratta da consumatore e non da persona. O a dei privileged whities che hanno i soldi per andare al Cohacella. E la signora Carter, strizzatina d’occhio al suo matrimonio con Jay-Z e al suo essere madre, riesce ad essere donna, madre, sposa senza essere sottomessa ad un uomo, senza annullare la sua persona, ma al contrario proponendo valori di eguaglianza e affermazione. Non da rivoluzionaria, ma da riformista, sfruttando i canali del paradigma dominante.

E poi, la cornice del documentario serve quasi a dire “tu, intellettualoide che magari non hai capito quanto importante sia per una donna nera dei bassi fondi reclamare l’ownership del proprio culo, ti metto due tre citazioni colte, e delle frasi elaborate che ti fanno capire che volevo dire qualcosa d’importante”. Nel bailamme dell’industria pop, che macina grana vendendo talento e tendenze, Beyoncé riesce a passare una voce di consapevolezza e di cambio. Siamo ancora distanti da una società equa, ma il documentario sembra volto a sottolineare che il cambio si fa giorno dopo giorno e si fa con il popolo, mi gente. L’energia incredibile che sprizza da tutte le scarpe da ginnastica, i fiati, le facce sulla scena ci ricorda che c’è del buono e il buono siamo noi, le persone. La nostra passione, la voglia di fare, l’anelare a qualcosa di più. We are human, after all.

Sunday, October 15, 2017

Prudence, la mutilazione genitale e un pop-up concert a N’Djamena


Al dodicesimo parallelo Nord, confine tra un arido Sahel e una più lussureggiante zona tropicale, avvisaglie di inverno si traducono in pomeriggi più miti (tra i trenta e trentacinque gradi centigradi), addolciti da un livello accettabile di umidità che permette a labbra e pelle di non diventare eccessivamente aride. Un onnipresente strato di polvere avvolge la città, smorzando la forza dei raggi del sole. Il brulicare di persone indaffarate a vedere come sopravvivere anche oggi non si ferma nemmeno nelle ore più calde del giorno. Le pause sono scandite solamente dal richiamo del muezzin, interi quartieri si bloccano all’unisono come se giocassero a Uno, due, tre stella!

Miglior momento per prendere la moto. Per strada c’è solo qualche bambino ancora troppo piccolo per comprendere la grandezza di Dio, dei paraplegici abbandonati da Dio che trascinano i loro corpi camminando su mani dotate di infradito, e qualche SUV guidato da visipallidi a cui piace giocare ad essere Dio. Arrivando a Paris-Congo, il panorama cambia. Si capisce subito la profonda fede cattolico/protestante del quartiere dal numero di birre che sudano sui tavolini al lato della strada. I ragazzi sono già tutti lì, incredibilmente puntuali per un paese dove l’orario è un privilegio di pochi, con il loro strumenti in mano, pronti per un pomeriggio che ha già dall’inizio un sapore magico.

Una decina di casse di altezza umana sono pronte ad amplificare i loro virtuosismi. Non c’è pubblico. Fino a mezz’ora fa non c’era neanche un concerto. Un giro di birrette, due chiacchiere con un collaborativo padrone della sala prove del quartiere, la voglia di sperimentare qualche nuovo suono, ed il concerto è fatto. Pure Prudence è arrivata, con il suo fantastico sorriso e quegli occhi curiosi. Canta canti che accompagnano il raccolto nella parte Sud del Ciad, dove ha passato la sua infanzia. Il suono del balafon (xilofono pentatonico in legno) e della garaya (chitarrina a due corde tipica dei popoli nomadi) titilla la curiosità di qualche passante, molti dei quali pur essendo nati e cresciuti a N’Djamena hanno dei forti lacci spirituali e culturali con i villaggi di origine delle loro famiglie.

Si suona, ci si diverte. Probabilmente le sonorità elettroniche sorprendono più di qualcuno tra il pubblico, ma il resto è conosciuto, viscerale. Un gruppetto comincia a battere le mani. Lo show è assicurato. Noto che Prudence sta sudando copiosamente, quasi come le sopracitate birre, nonostante le sopracitate avvisaglie d’inverno. Mi racconta di avere la malaria, e le chiedo perché non sia rimasta a casa nonostante la febbre molto alta. Sorride e dice: volevo venire qui! La fierezza con cui lo dice, la gioia che sembra provare nel dirlo e la luce che traspare dai suoi occhi mi riempiono di emozioni. 

Secondo un’amica che lavora per un ONG cazzuta, l’85% delle donne in Ciad subisce la mutilazione genitale tra i 10 e i 20 anni. E’ la madre che sceglie quando la figlia è pronta per tale cerimonia. Farlo è una questione di onore per la famiglia tutta. Sei hai una figlia con clitoride, riceverai una dote minore dal futuro sposo, se qualcuno mai avrà il coraggio di chiederla in moglie. Meglio tagliare via quell’inutile parte del corpo femminile che rischierebbe di renderla più propensa ad impulsi sessuali, meno succube al marito, e certamente una donna indegna. Sporca. Le giustificazioni sanitarie utilizzate per cercare di dissuadere madri dal perpetrare tale gesto sulle loro figlie (spesso il taglio provoca infezioni che vengono lasciate incurate), non sembrano sortire effetto. 

L’instancabile e globale sforzo di dominazione del maschio, che ottiene il suo obbiettivo, giorno dopo giorno. In questo angolo del piantea, lo fa in nome di una norma culturale bassata sull’onore e la vergogna. Altrove, lo fa per altre vie. Non so se Prudence (nome inventato, naturalmente) sia mutilata. Non lo saprò mai. Ma quel momento di gioia, quella volontà di cimentarsi in qualcosa di nuovo, quella curiosità che ha dimostrato questo pomeriggio dice tutto. Ed è una soddisfazione per il mondo. Nonostante la malaria, nonostante poi abbia dovuto lavorare in fretta per preparare il cibo per tutta la famiglia, nonostante questo mondo sia votato più alla dominazione del prossimo che allo sviluppo del talento. Viva il clitoride.

Thursday, December 29, 2016

Notte di fuoco con Bob Marley, i cercatori d’oro e il Che


Dopo una decina di giorni passati al bordo del Sahara - nomadi in mezzo ai nomadi, cercatori d’acqua tra i cercatori d’oro, muniti solo di due Land Cruiser che fungono da trasporto, cucina e, messe a L, riparo dal vento notturno - si torna verso Sud, a Abeche, grande capitale del sultanato del Ouaddai. È la prima vera città dopo il deserto, dove si incontrano taxi-richò motorizzati, si concentrano i prodotti libici o sudanesi entrati più o meno legalmente dalle incontrollabili frontiere del Nord, si respira l’aria di una città dell’Africa centrale – smog mischiato a polvere, puzza di piscio e rifiuti, grida di bambini e versi di animali vari.

È pure la prima città dove si può mangiare qualcosa che non sia capra. Quindi, dopo una doccia che non scalfisce neanche minimamente lo strato di sabbia e polvere che si è incollato alla pelle durante le scorribande desertiche, si esce a mangiare. Un pollo con patatine, del manzo con spinaci e un pesce che non si sa bene da dove arrivi visto la cronica mancanza d’acqua della zona, convincono il gruppo a continuare la serata in uno dei dancing della città. La scelta è ardua: Chez Tantine Koussa, di fianco alla moschea centrale, che in ore non sospette diventa il VIP dancing, in una sala ben chiusa e insonorizzata così il vicino – un certo signor Allah - non si lamenta, o il Doug dancing.

Si va a tutti e due, naturalmente. Ma la storia succede al Doug, la seconda sera passata in città, su gentile concessione dell’unico aereo giornaliero Abeche - N’Djamena che non è partito. Il Doug è uno spazio all’aria aperta, gioviale, con tavolini e una pista da ballo al centro. È delimitato da mura di recinzione da una parte e da una casa-albergo dall’altra. Sui muri della casa si vedono disegni di rivoluzionari quali Thomas Sankara, Bob Marley e El Che, che diffondono buone vibrazioni sugli avventori, nella maggior parte uomini. Dietro la casa i bagni, ovvero uno spazio di 4 metri quadrati con un buco in mezzo e la scritta “la propreté d’abord”. E, affianco ai bagni, delle costruzioni improvvisate di pali e paglia creano vari spazi bui e discreti.

5000 franchi una relazione – 7 euro e mezzo, 2000 l’affitto dell’antro, si dice. Poi, se sei veloce, cazzi tuoi: il prezzo non cambia. Vedo uomini entrare e uscire poco dopo con un volto di soddisfazione. Tra di loro c’è chi spenderà quasi tutti i proventi delle pepite d’oro trovate più a Nord in alchol e puttane. Io torno a sedermi, cercando la mia Gala tra le varie che popolano il nostro tavolo. E in un batter d’occhio, dozzine di persone corrono disperate verso l’uscita, schiacciandosi e spingendosi tra le urla. Dietro la casa, un falò. La musica si ferma. Fiamme alte una ventina di metri divampano e illuminano a giorno il Doug dancing. Io mi cago sotto e mi avvicino all’uscita, ma non mi mischio all’ingorgo, sarebbe più pericoloso. Altri al tavolo restano seduti a godersi lo spettacolo.

Dopo poco le fiamme si attenuano. Di nuovo al tavolo, arriva un altro giro di birra. Dieci minuti e la musica ricomincia. Restano una cinquantina di persone, che si alternano sulla pista. Anche noi facciamo un giro su qualche makossa o un coupé decalé. Qualcuno mormora su una lotta tra locali a Abeche – ma sono solo due! – qualcun altro parla di incendio colposo. Sta di fatto che qualcuno non lavorerà più finché le baracche non saranno ricostruite. E la vita continua, al di là dei giudizi di valore e la morale. Qui, come in molti altri luoghi di questo paese, la resilienza del genere umano è incredibile.


Wednesday, October 12, 2016

Mi Cuba - La calle

El pastel de guayaba. El rico y caliente pastel de guayaba. Olor a petróleo de 10 pesos al litro por la izquierda, que se pega a la ropa y sublima los perfumes baratos de jineteras aburridas en las esquinas. Personas abrazadas en el Malecón miran al cartel “Viva Fidel", recién puesto en honor de su 90 cumpleaños, o tal vez buscan, en el horizonte turquesa, la orilla de la Florida, sinónimo de esperanza de renovación, familias divididas y sueños prohibidos. Oye linda, tú culo no le da razón a Niuton... y quién sería ese loco? Una timba de Habana D’ Primera llena la calle, desafiando el ruido asordante de los motores diésel de los años 80. Ayer un turista me dijo que en Europa tienen problemas con la capa del ozono, te imaginas si en Cuba eso fuera un problema de verdad? Las cajitas blancas de plancha’o pasan de mano en mano, desafiando la inmovilidad del tiempo cubano con una leve borrachera permanente. Galletas y palitroques, calidad especial, aiii cualitiii. Músicos talentosos dispensan momentos de fácil felicidad a turistas ansiosos de escuchar una vez más la canción del Che. Éste es tiempo virtuoso y hay que fundirse en él. La compañera de la vigilancia del CDR anota en una libreta escolar lo que fulano lleva en una jaba demasiado cargada por ser en sintonía con los valores de unidad, austeridad y altruismo propios del comunismo caribeño. Psss... Quieres tarjetas a tres fula la hora? Fichas de dominó son lanzadas con tremenda guapería en banquitos ubicados en el medio de la calle. Si preguntaste o averiguaste por mi, ahora estoy mejor que nuncaaaa. Para hacerse la platica un viejo curco recoge latas de Tú Kola, versión anti imperialista y azucarada de la Coca Cola, además de ser ingrediente fundamental para un verdadero Cuba Libre. Maní, maniiií... Gente al lado de la calle hace señas misteriosas para alguien que no se haya nunca subido a un almendrón. Socialismo o muerte. 

Despedirse de Cuba yendo al aeropuerto en un Chevrolet convertible del 56 es una emoción única. No por qué el convertible sea un carro bonito, o por qué dé a los chismosos material para empezar sus rituales diarios. Es única por qué, una vez más, tal vez la última para un tiempito largo, uno de puede conectar con la calle cubana y bañarse en su alma. No hay ventanas que te separen de la calle, no hay distinción de temperatura como entre el microclima polar que se encuentra en los taxis del estado y el calor tropical de afuera, no hay barreras que limiten él sonido... Tú ERES la calle. Claro, no todo el mundo puede permitirse de subirse a un convertible, los boteros son ejemplo muy evidente del egoísta interés individual, como dijo Fidel en 1967. Pero no es importante lo que tienes debajo del culo, lo espectacular es lo que te rodea. Amigos. Y la calle habanera. Esta cosa que cada vez te come, te saca el alma, le da dos golletazos y te deja allí tirado en el piso como un borracho que se ha tomado una botella entera de ron de la bodega sin refresco. 58 años de sueño revolucionario han creado una realidad paralela, aislada y excepcional que plasma cada día el carácter de la gente, creando códigos, usos y normas no dichas que en dos años he podido a penas aprender, pero que se resumen en la expresión cubana, pero cubana, cubana, cubana: en la lucha. 

Bueno, y yo esta calle he tenido la oportunidad de compartirla con varia gente. Entre otros, la sonrisa infinita de Vivian y su eterno positivismo, las camisetas de Olivier, su manera de reír y su capacidad de hablarte de todo, el pragmatismo de Gretel y su altruismo, las sabiduría y alegría de Yolanda, el instinto de protección de Angela, el soul de Daymé, las risas con Oleksandr, Alice líder de innumerables fiestas, Marieta y su infinita gozadera, el cariño de Elizabeth, el eterno peregrinar de Paola, el calor humano de Angelo y Cinzia, la amistad de Alessandro y todos sus hidráulicos, la integridad de Laneydi, el talentoso Kevin, los saltos de Víctor, el bomberismo personificado llamado Michele, Julio Cesar, Geidis, y Emmanuel de la RIAM, el infinito altruismo de Emanuele, el grande futbolero japonés llamado Marin, las historias de Fanny, los Futbalseros, la sinceridad de Marianna, los consejos de Marco y Aimé, la gana de compartir de Rocio, Anna y su búsquedas, los bailes de Simone, la disponibilidad de Lídice, Lucas y su genio, los profeso de la FCOM, la profundidad de Audrey, Clémence y su realismo mágico, De Lawyer o el imprevisible Alberto, la felicidad de Lea, Giuseppe mente intrigante, el buzo Javi, las poesías de Lis, las competentes chicas del INIE, Maurizio y sus cuentos, el alma musical de Thomas, Yuli, Ray y la alegría de Paso a Paso, los djs cubanos como Jigue, Djoy, Whichy, Kike y Alex, Ricardo y sus contactos, la continua Luisa, los maratones de Alizée, el sano izquierdismo de Gabriele, la simpatía de William el doctor, Rosendo y las parrandas, la tranquilidad de Eleonora, Dalia que conoce a todo el mundo, José Juan y su abertura, las charlas de Pablo, Blandine y su moto, la elegancia de Joana, PB y sus mapas, el taxi casi siempre roto de Raydel, los puros y los cocteles de Yojaine, el amor de Claudio y Yudith, Aizel líder en la actualización, la tribuna Siboney, Marie y las pizzas, Marie y sus disfraces, todos los amigos que han venido a ver a Cuba antes la invasión norteamericana, Sandor que gana al dominó, la napocubana Matilde, los compañeros de los territorios y Yáñez, Julio y el kite, la generosidad de Myrta, la velocidad y honestidad de los discursos de Tony, y Ben simplemente increíble. Dulcis in fundo, Clara, insustituible compañera de viaje.

Esa ha sido mi Cuba, esa ha sido mi calle.



Tuesday, September 20, 2016

Yordan, l'almendrón e le tentazioni

Le fievoli luci dell'Avana di notte mi rilassano. Il traffico, fenomeno raro già durante il giorno, è inesistente. L'atmosfera è ferma nel tempo: la maggior parte delle macchine in circolazione è di produzione americana degli anni 50, o di origine russa degli anni 80. Molte si fermano d'improvviso, non appena i deboli fari riescono ad illuminare delle mani che sporgono dal marciapiede segnalando la ricerca di un taxi. Lavoratori e lavoratrici del sesso confondono i tassisti con gesti simili, e molti di noi ci cadono, investendo i guadagni di una serata in effimere parvenze d'affetto.

Io, come ogni notte, cerco di guadagnarmi il pane o, visto che siamo a Cuba, il riso con i fagioli. E un po' di maiale, perché no. Dall'Avana Vecchia, passo per Centro Avana, percorro tutta 23 fino al ponte sull'Almendares, dritto per Marianao, con destinazione La Lisa. E viceversa. Itinerario fisso, taxi collettivo, 10 pesos cubani a corsa, raccogliendo e lasciando clienti nel cammino. Poi, chiaro, se becco qualche turista o nuovo ricco che vuole un taxi diretto, li porto dove vogliono, e lì si che ci faccio la cresta. Son già due anni che faccio il botero con il mio Chevrolet del 53, motore diesel Toyota del 1993, cilindro di 95 millimetri, e ormai riconosco a chi posso spillare un dollaro in più. 

Non ne sapevo niente di meccanica quando ho cominciato, ma ho dovuto arrangiarmi come ogni buon cubano: far andare la macchina è questione di esperienza e un po' di realismo magico. Laureato in meteorologia, come ogni buon universitario che riconosce l'investimento fatto su di lui dallo stato, ho trascorso i due anni obbligatori di lavoro di utilità sociale all'aeroporto nazionale, elaborando le previsioni del tempo per tutti gli aeroporti del paese per 23 dollari al mese. Quando ho cominciato a non frequentare più gli incontri del Partito, ai quali ogni buon lavoratore partecipa, nel mio dossier sono apparse lamentele sulla mia condotta professionale. Così ho deciso di lasciare la Gioventù Comunista, di cui facevo parte dai miei 14 anni come ogni buon giovanotto, licenziarmi dall'aeroporto e dedicarmi al trasporto di passeggeri. 

La macchina, o l'almendrón come viene chiamato affettuosamente dai cubani per la sua forma a mandorla, non è mia, naturalmente. Un macchina così costa minimo 14 mila dollari. Devo dare 60 dollari giornalieri d'affitto al proprietario, tutto il resto va a me. Il proprietario mica vive a Cuba, naturalmente, sta a Miami. Io riesco a racimolare 250/300 dollari al mese, il triplo di un medico chirurgo, vivendomela alla grande nel cinquantottesimo anno della Rivoluzione. Non ho la licenza di taxi, naturalmente, quindi devo sta attento alla Polizia ed essere pronto a dare qualche contribuzione volontaria di tanto in tanto. Tutto nel nome dell'efficienza e l'altruismo della Rivoluzione, naturalmente. 

Il problema è che ho quasi trent'anni. E se faccio due conti, il tempo non mi basta. Mi servono almeno 9/10 anni per mettere da parte quei 7/8 mila dollari necessari per comprarmi un appartamento decente, da pagare in nero in contanti o su un conto in Spagna, perché il valore catastale della casa qui è di 300 dollari. Poi devo ristrutturare e adattare le 2 stanze alle mie necessità. Se continuo a botear tutte le notti senza sosta, ai 40 posso pensare di aver dei figli. Però, tra un cliente e l'altro, sento che sono fatto per fare qualcosa di più che il semplice autista. Ho delle capacità che sento di non sfruttare al massimo.

L'unica speranza di cambiamento è andarmene prima che sia troppo tardi. Sto cercando qualcuno, preferibilmente una donna europea o canadese, che possa sposarmi. Ci mettiamo d'accordo sul prezzo, sta con me giusto il tempo per poter aver la residenza e lavorare ed è fatta. O sennò, applico per un visto in qualsiasi paese dell'America latina che me lo possa concedere, ci vado e da lì rimonto piano piano fino agli Stati Uniti...  una ragazza mi ferma su 23 all''incrocio con 18. Alta, mulatta con un seno prosperoso e occhi da gatta, avrà poco più di vent'anni. Sa da profumo economico, di quelli che imitano le grandi marche. Va al Bolabana, uno dei locali top di reggaeton della notte capitalina, e mi chiede se l'accompagno. Arriviamo, parcheggio, entriamo e ci prendiamo due rum. E poi altri due. I  problemi aspetteranno domani. La unica esperanza es en el siguiente trago.

Monday, June 20, 2016

Ode al disordine – Deliri inconsueti di un lunedì mattina

Sono solo, abbandonato e inerte. Distante dal tubo, non riesco a dare un senso alla mia esistenza. Sono preoccupato perché, non essendo attaccato al tubo, un fino strato di sostanza viscosa piano piano si sta seccando, e io non posso evitarlo. Sarà complicato superare quella otturazione creatasi all’apertura del tubo la prossima volta che qualcuno farà pressione sul tubo, mi viene da pensare. Il tubo, quel belloccio, sembra essere così sicuro di sé. Pieno, rotondo e longilineo allo stesso tempo, ornato da colori brillanti e frasi che infondono sicurezza. Coprire il tubo, questa è la mia funzione. È la mia ragion di vita? E il tubo si merita ciò? Non so, ma senza di lui mi sembra di essere nulla... Che bello è il tubo, ha uno charme inimitabile. Certe volte, vorrei essere come lui. Eppure mi fa incazzare, con quell’aria superba e egoista. Sta lì, adagiato su un lavabo o dentro un contenitore di ceramica, e sembra non aver bisogno di nessuno. Ma poi vedo che ogni tanto fa uscire quella sostanza pastosa che alberga, e mi viene da pensare che, in fondo, è altruista. Mi capisci? Sono ossessionato con il tubo.
Questo è ciò che il tappo del mio dentifricio mi ha confessato questa mattina. L’ho riportato in prima persona per non falsare quelle parole semplici seppur cariche di significato che mi hanno dato il buongiorno in un consueto lunedì. L’ho visto li, dopo un weekend fuori casa, affranto di aver passato così tanto tempo lontano da ciò che identifica come la sua ragione di vita. E, inevitabilmente, mi sono chiesto: che cos’è il tappo intrinsecamente? Non può essere anche lui riconosciuto come un oggetto a sé stante, o è obbligato ad essere considerato come un complemento di una bottiglia di acqua frizzante, o un tubo di dentifricio, o una crema per il viso? Che problema c’è a dare un’identità al tappo? C’ho pensato a lungo, mentre facevo un po’ di yoga per risvegliare le membra e il cervello. E la ragion d’essere del tappo ha scatenato, in uno di quei consueti voli pindarici che la mia mente dipinge, un parallelismo inatteso sull’ordine e il disordine delle cose. E sui limiti umani.

L’ordine è armonico, corretto, morbido. Però è un fottuto conservatore, bisogna ammetterlo. Perché l’ordine è strettamente legato con la tradizione, con il normale, con il comune. Con l’accettabile. Non si è mai sentita una mamma dire: “Vai a mettere in disordine la tua camera” (solo la Pagnini ha osato dirlo, sottolineerebbe qualche siddino). Il disordine è anticonformista. Un po’ anarchico, forse. Però è la fucina dell’innovazione. É la spinta schumpeteriana della distruzione creativa dove il progresso e l’innovazione radicale sono il frutto di un cambiamento dei fattori in gioco, non un semplice rimescolamento. È l’anti gattopardo. Dà la possibilità di esplorare l’inesplorato e, per questo, cambiare, sperimentare, superare i limiti umani. Limiti che ci autoinfliggiamo? Questo casomai lo trattiamo in un altro post.

Allora mi sono alzato dal tappetino dove facevo yoga, sono andato verso il bagno e ho detto al tappo del dentifricio: “non preoccuparti, il disordine è creativo”. E sono andato al lavoro felice.

Tuesday, May 3, 2016

Vita Spericolata... o una notte all'Avana Vecchia

Ale mi aveva detto che oggi avrebbe aperto la sua caffetteria, Vita Spericolata, e io ci avevo creduto. Esco tardi il lunedì dal lavoro, almendron (taxi collettivo) fino al Capitolio e mi immergo nella sozza promiscuità dell'Avana Vecchia. Arrivo in calle Sol, tra San Ignacio e Inquisidores, davanti alla presunta caffetteria, ma non c'è segno di vita. Grido alla vicina pensando ne sappia qualcosa, invano. Allora vado a prendere due Bucanero, una per me è una per Ale. Lo aspetterò sorseggiando.

Mi siedo sul marciapiede davanti la caffetteria. Una signora sui centoventi chili, con una canottiera attillata che evidenzia gli abbondanti giorni felici a base di maiale con riso e fagioli, esce dalla casa alle mie spalle e io la saluto. Di dove sei che fai, chiede lei. Anch'io le chiedo di dov'è, lei ha l'accento orientale, sottolineo. Si, risponde, sono palestina (come chiamano gli orientali a Cuba). In due minuti la conversazione si fa interessante, e ci raggiunge pure la sorella. Amairis e Niurka sono venute all'Avana negli anni d'oro del socialismo cubano, dove i contadini erano la classe sociale più benestante (in un paese senza classi sociali, ovviamente). Non come la gente dell'Avana, dice Niurka, che beve una birra e va a letto con lo stomaco vuoto. Il contadino beve rum, mangia maiale, e sfoggia la sua pancia come un trofeo. Altri cinque minuti e già mi hanno affibbiato un santo della religione afro cubana, Obatalà. E' furbetto come te, aggiunge Amairis, quel tuo sorriso dice tutto. Alla fine entro a casa loro e mi fanno vedere i piccoli altari con totem dedicati ai loro santi, ceramiche colorate adornate con penne di animali, conchiglie e chiocciole. Poi Niurka mi mostra le foto della figlia ventisettenne con la nipote... sarebbe un matrimonio di convenienza, vi sposate così tu puoi prendere casa qui. È un buon momento per investire all'Avana, analizza. Io le lascio una memoria usb con la musica che avevo preparato per Ale, la saluto con gioia e mi avvio verso il Capitolio per tornare a casa.

Sto finendo la seconda Bucanero (mica è colpa mia se Ale non è mai arrivato), è un tipo con il bici taxi, l'ennesimo, cerca di attaccare bottone. Ma questo, Taylor, è simpatico. Mi chiede dove sto andando a ballare, io mi giustifico dicendo che sono stanco. Lui pure aggiunge affranto che stasera non andrà a ballare, c'è stato per gli ultimi quattro giorni di fila però sai com'è dopo se non puoi pagare niente alle ragazze nessuna ti guarda; quindi stasera lavoro. Ah, ti do il mio numero che così giovedì andiamo assieme alla discoteca dell'hotel Vedado. Io prendo il numero, pensando che sarà il tipico numero che vedrò tra due mesi nella rubrica senza riuscire ad associare una faccia alle cifre.

Va beh, sono stanco. Ma pure affamato. Mi fermo in questa creperia in calle Muralla che mi aveva catturato l'occhio all'andata, un'oasi felice tra due edifici diroccati. Salgo al secondo piano e trovo un simpatico quadretto dove Christophe, un francese vestito da hippie, il cui spagnolo ha inflessioni messicane, intrattiene il tavolo accanto, popolato da una coppia locale, imprecando contro l'inciviltà dei cubani e la loro incapacità di ribellarsi contro FCC (Fidel Castro coglione, come lo battezza lui), mentre sorseggia del rum Havana Club che tira fuori dallo zaino senza farsi vedere dai proprietari. La coppia ha reazioni differenti: Alvaro si chiude in un silenzio di protesta, non valeva la pena parlargli mi dirà dopo, mentre José, quasi per evidenziare l'inciviltà del suo popolo, sfoggia un perfetto francese che usa per esporre i suoi argomenti. La conversazione si chiude con José che dà indicazioni per andare ad un festival di rumba a Christophe, il quale chiede se ci sia una maniera per entrare senza pagare. Io finisco di mangiare, scambio due battute con la coppia e la proprietaria del locale, ed esco, deciso di avviarmi verso casa stavolta. Sarà la volta buona?

Sempre in direzione Capitolio, osservo le saracinesche dei bar che si chiudono, e dei vecchi molesti che ammiccano a ragazze di passaggio. Passo davanti alla recentemente riabilitata Plaza del Cristo, calle Brazil, e mi colpiscono due moto davanti al Canchullero, ristorante discreto, economico e con fama da Trip Advisor. Una Africa Twin 600 cc e una BMW GS 800 cc. Merce rara come il parmigiano reggiano a Cuba. Continuo a camminare e mi lascio le due moto alle spalle, percorro un isolato e poi non resisto più: devo conoscere le persone che guidano quelle due belve. Entro al Canchullero, al primo piano niente, al secondo scrogo qualcuno che potrebbe essere un motociclista, ma è seduto a un tavolo troppo numeroso. Salgo al terzo e li vedo li, riconoscibili tra mille, i proprietari delle belve. Pantaloni comodi, stivaletti o scarponcini, camice sportive. Mi presento, prendo un daiquiri, e parte la conversazione. Kai, polacco, arredatore di ristoranti, ha comprato la moto a San Francisco tre mesi fa, e va in giro promuovendo One Tank, un'iniziativa in cui ristoratori devono preparare dei piatti esclusivamente con ingredienti trovati utilizzando un serbatoio di 12L della sua GS. Mi spiega come cadere in moto e dove comprare una moto in America Latina. Take it slot and enjoy the ride, it is not about how many kilometers you do. Hunts invece è svizzero, e ogni un paio d'anni si fa un pezzo di America, because traveling by bike is like going alone without ever being alone. Sempre trovi qualcuno con cui condividere esperienze. Il sangue scorre a mille nelle sue vene, si capisce dalla passione che mette nei suoi racconti. Chiacchieramo per un'oretta e poi scendiamo a vedere le moto.

Una vecchia ubriaca si ferma davanti a noi e comincia a palpeggiarci a turno, imitando un ipotetico rombo di motore, un motore scarburato a causa della mancanza di denti in bocca. Hunts appoggia una pelle di pecora sulla sella della moto, dovresti comprarla anche tu Kai, ti permette di aver caldo quando fa freddo e di non sudare quando fa caldo. Accendono le moto, gli occhi mi si illuminano non appena ne sento il rombo. Salutano e partono per la prossima avventura. Io vado verso il Capitolio, ce la posso fare. Davanti al Kid Chocolate, la palestra dove si allenano i migliori atleti cubani, un paio di trans mi lanciano dei baci. Ricambio. Ci sono certe sere in cui vale la pena restare a casa a guardare delle serie TV. Altre no.

Thursday, April 7, 2016

Partire verso il futuro (ancora una volta?!)

E come sempre sale quella sensazione, spinte contraddittorie si profilano all'orizzonte dell'anima. Da una parte, l'amaro in bocca per non aver visto tutti gli amici e cari, o per non avergli dedicato abbastanza tempo, non aver costruito dei ricordi insieme; la gioia per gli stimoli ricevuti, l'arte assaporata, la musica assorbita, le serate approfittate, quelle espressioni artistiche e conviviali che assomigliano inevitabilmente a ciò che ha caratterizzato la nostra adolescenza. Dall'altra, la sete per le emozioni che si proveranno quando l'ennesimo volo aereo terminerà nell'ennesimo paese, dove mille colori, suoni e esperienze ci arricchiranno di un tesoro vero quanto impalpabile; dove un altro amico riuscirà a entrare nei fiordi della nostra esistenza e capirci come se fossimo cresciuti assieme; dove un nuovo genere musicale ci farà ballare e riflettere sulle infinite commistioni ritmiche, stupendoci ancora una volta dell'importanza della musica nelle più disparate culture.

Probabilmente nessuno lascia il luogo che a lungo ha chiamato casa senza una minima titubanza nelle membra. Probabilmente questa situazione si complica quando il nostro futuro è un po' incerto (in realtà questa cosa ci affascina, ma sembra non essere una cosa comunemente accettabile, men che meno accettata). Probabilmente, e prometto che ora smetto di fare il vago, ci sale anche più di qualche dubbio sul perché continuiamo a partire, a mettersi in gioco. Cazzo, qualche domandina ce la facciamo (e se non ce la facciamo da soli ce la fanno gli altri). Perché, per esempio, quattro semplici parole in fila come "contratto a tempo indeterminato" non ci fanno venire l'acquolina in bocca? Perché offerte lavorative a meno di un'ora di volo dal luogo natio non destano la nostra attenzione? Perché la stabilità non è un valore che idealizziamo? Boh, se lo sapessi non starei qui a farmi ste pippe mentali. Magari perché ci siamo dovuti adattare a tempi di cambi repentini, a insicurezze transnazionali, al villaggio globale. Ci chiamano generazione Erasmus* per questo no?

Sta di fatto che, al duty free di Malpensa/Tessera/Fiumicino, tra l'acquisto di un pezzo di speck affumicato, la settimana enigmistica e i pomodori secchi (diplomazia degli spaghetti!), mentre ci stiamo interrogando sull'importanza di continuare tale stile di vita, ci arriva una telefonata che cambia le carte in tavola, in una mossa da esperto croupier. Stavamo giusto riflettendo sul tuo futuro più in là dei sei mesi a venire, che ci sembravano già definiti, quando la voce dall'altro capo del telefono (e del mondo) ci dà una notizia che sconvolge tutti i possibili piani e progetti. Ed è lì che ritroviamo il sorriso sulla faccia, scaturito dalla gioia dell'imprevedibilità della vita che un po' spaventa, ma tanto piace, un sorriso che ci ricorda quanto sia importante pianificare il nostro futuro, avere degli obbiettivi e fare tutti gli sforzi possibili per perseguirli, ma allo stesso tempo essere pronti a mettersi in gioco. Il futuro rimane da scrivere, e lo scriviamo noi. Non ci deve far paura.


* Disclaimer: in Italia, nel anno accademico 2013-2014 sono 26331 i studenti e ricercatori universitari che hanno beneficiato di una borsa di studio Erasmus, circa 10% sul totale delle nuove matricole per anno accademico e l'1,6% sul totale degli iscritti. Essendo che poco più del 40% dei giovani italiani frequentano l'università, vuol dire che stiamo parlando comunque di una fetta esigua del totale.

Monday, February 1, 2016

This is what love could be

Bruschetta con il pomodorino fresco e mostarda, risotto di formaggi con qualche porcino per insaporire, prosecchino e la mia domenica cubana prende il gusto di casa. Finisco con un pezzo di spettacolare torta al limone, presa dalla nuova pasticceria del tipo svizzero, me l'ha consigliata Angelo e beh, se passate a L'Avana merita una visita, solo per vedere come un garage di una casa del Vedado possa diventare il paradiso del gusto: sta in 23 e 20. E poi vi presento pure Angelo. Dicevamo, torta e caffè. E ammazzacaffè. Grappa, mi sembra ovvio.

Verso nella tazzina di caffè un po' di Poli barrique, il benedetto mezzo dito, per lungo o per alto a piacere. Leggo. E guardo dalla mia terrazza un'Avana piovosa, che sotto l'effetto della pioggia perde alcuni dei suoi colori ma non sicuramente la sua anima. Appare come sempre una città premurosa e stoica, assiste con pazienza ai mutamenti che la interessano come una madre vive i cambi d'umore di una figlia che attraversa la pubertà. Al di là di tutto, L'Avana sopravvive a coloni, barbuti immortali, yuma all'arrembaggio, rossi burocrati incalliti, grassi canadiensi da tutto incluso, motori diesel di costruzione russa degli anni ottanta, e a qualsiasi cosa sostituirà il presente, ormai passato.

Ho pisciato gli amici per stare un po' solo. La mia casa è mezza vuota e si sente, prendere del tempo per me mi aiuta a riflettere. Per realizzare quanto bene io stia solo. E capire quanta gioia possa darmi condividere una grande parte della mia individualità. Condividerla, unirla ad un'altra e sublimare entrambe. In una messa in gioco continua, una sfida costante, una scelta giornaliera. Azzo, mi è partito il volo... nel frattempo le strade del Vedado si sono allagate, bambini vestono le scarpe a mo' di ginocchiere e si attaccano alle macchine che passano per fare sci d'acqua. Ah, la vita senza internet!

Torno alla mia lettura post pranzo. Abbiocco facile. Sogno o son desto: scelta giornaliera, si diceva. Vivere mantenendo ognuno il proprio essere, con attitudini e voglie, desideri e difetti. Ma disposti a confrontarsi, a cercare di capire posizioni diverse dalle proprie e discutere su visioni, opportunità e progetti. Insieme. Magari per un tempo limitato o per una vita, questo non si può sapere. Sarà mica questo l'amore? Altro mezzo dito di grappa e ci pensiamo?

PS: stavo pubblicando il post quando leggo su fb la citazione "Mature love is union under the condition of preserving one's integrity, one's individuality; a power which breaks through the walls which separate man from his fellow men, which unites him with others; love makes him overcome the sense of isolation and separateness, yet it permits him to be himself, to retain his integrity." Insomma, Erich Fromm mi ha copiato!

PS2: grazie a SuSu per la citazione.

PS3: partitina a Fifa 2010 con la patch dei Mondiali?

Wednesday, December 9, 2015

México DF, ovvero ti prendo e ti porto via!


Torni a L'Avana, te ne rendi conto per la puzza di petrolio onnipresente, esalata a suon di colpi di tosse da motori malati che, più di una bronchite, sembrano avere una qualche sorta di malattia terminale così impietosa da farti passare, quasi sadicamente, infiniti giorni d'agonia. Sei appena rientrato dal mostro, ovvero quella gettata di cemento e pietra di 1495 kilometri quadrati che ha ricoperto il lago di Texoco, chiamata dagli aztechi Tecnochlilan, altrimenti conosciuta come Città del Messico, per gli amici semplicemente DF (de-efe), una sillaba a dimostrazione dell'impossibilita di definire in maniera soddisfacente una realtà popolata da 24 milioni di abitanti (più di un terzo di tutta Italia).

DF è il caos organizzato, il contrasto normalizzato. È una realtà macista dove per proteggere le donne le si riserva vagoni nella metro. È la società iper gentile dove dopo una certa ti scassi le palle di parlare con l'autista dell'Uber che vuole farti sentire a tuo agio. È la citta dove, visto il traffico infinito nonostante le frequenti sei corsie a disposizione, l'autista del taxi alla fine diventa il tuo migliore amico. È un fuoco di colori, odori, emozioni ad ogni angolo della strada, ogni bancarella di tacos, ogni passaggio pedonale. In una domenica qualsiasi per il centro, in attesa di attraversare una strada c'è più gente che la domenica a messa in un paesino di campagna in Italia.

Ebbri di mezcal, vagabondi e gente in giacca e cravatta si mischiano nelle congestionate fermate delle metro. Venditori ambulanti fanno a gara per chi urla più forte per proporti rimedi infallibili per la tosse, auricolari di qualità inimmaginabili e memorie usb da 32gb a 3 dollari il paio (maledetto io che gli ho pure creduto). Cibi dai mille sapori, arricchiti dall'infinita varietà di salse piccanti a disposizione, vengo accompagnati da tristi lattine di Cola. I marciapiedi febbricitanti di persone in coloratissimi costumi tradizionali delle civiltà per ispaniche, passano sotto immensi manifesti del HSBC, Intimissimi e birra Corona.

Eppure in questo marasma la vita non si ferma, the show must go on, il capitalismo gringo vigila sulla città. Un poliziotto con giubbotto antriproiettile e mitra davanti ogni supermercato, banca o orologeria. Grandi livelli di ineguaglianza, di crimine e di corruzione si palpano, si sentono, si vedono. Il gran potenziale economico della città è palesemente confermato dai grattaceli che sorgono come funghi. Messico DF, cazzo. Una città fantastica, che ti prende, ti schiaffeggia e ti emoziona così tanto che quando ne esci resti un po' scombussolato, come se, d'un tratto, solo per non appartenere più a quel bailamme generale, non stessi più vivendo...

Tuesday, September 15, 2015

Sesso e' dominio? o "L'animalesco approccio di un uomo arrapato"

Scendo dall’almendron, e prendo calle 26 nel Vedado, dirigendomi verso casa. Il non piu’ giovane, quello dall’eta’ indefinibile, dai lineamenti marcati, dall’aspetto ebbro, che indipendentemente dall’ora del giorno e’ sudicio, seduto su una sedia traballante e tiene in mano un tetrapak di apparente succo, succo un po’ alcolico dal fetore che gli aleggia attorno, si, aleggia attorno a lui, al non ancora vecchio, che scandisce le sue giornate sul marciapiede a ritmo di rum di pessima qualita’, non a caso chiamato metralla: lui non ci azzecca un cacchio con la storia, ma e’ parte del panorama caratterizzante la via. Se non ci fosse, ti verrebbe il dubbio di essere a L’Avana.

Salgo 26, dicevamo, avvicinandomi ad un carretto di verdure che staziona anche lui sul marciapiede, sperando di vendere le banane, manghi, avocado, cipolle e quant’altro agli ultimi lavoratori che ritornano a casa all’imbrunire. Sul lato opposto della strada, una coppia di ragazze va nella mia direzione opposta. Una, in particolare, sfoggia uno short generoso che risalta la bellezza delle sue gambe e lascia poco all’immaginazione sulla forma del suo sedere. Mi giro, seguendo la mia strada, e vedo un macho appoggiato al carretto. L’uomo in questione non grida “gelati!”, ma si sta letteralmente rimenando il suo affare, osservando la sopracitata eccitante coscia lunga.

Alza lo sguardo e, con un mugugno animalesco, chiama la sua attenzione: “Oye mami, mira pa’ ca’!”, dice, mostrandogli il profilo del suo pene che nel frattempo aveva notevolmente aumentato di dimensioni. Lei risponde con uno sguardo di sdegno, e si gira dall’altro lato. Lui, probabilmente non contento della reazione o forse eccitato dalla stessa, le grida: “Esta te la voy a meter por el culo! Me oyes? Te ma voy a meter!”. Siparietto quotidiano. Al di la’ dell’apprezzare o meno lo stile di rimorchio tipo video porno indicizzato nella categoria Rough Sex, la scena mi ha fatto riflettere alquanto. Ad un mondo dove la sessualita’ e’ ancora un grattacapo.

Abbasso il tono, per non offendere la sensibilita’ di qualcuno: il sesso e’ figo! La questione e’ che ancora non abbiamo imparato a relazionarci con esso. Per rimorchiare lui deve essere macho, senza paura, un po’ cafone. E lei deve essere provocante, sottomessa, e quasi concedersi controvoglia. E questo compromette la spontaneita’ e la bellezza intrinseca dell’atto: l’uomo cacciatore e la donna raccoglitrice. Tendenzialmente una raccoglitrice dai gusti difficili. Anche perche’ se non ha i gusti difficili e’ troia. E quindi preferisce pistacchio quando c’e’ solo banana.


L’utilizzo della violenza nell’approccio dell’uomo al sesso solo riduce la sua probabilita’ di riuscita. Il sesso piace alla donna e all’uomo, in maniere diverse, per entrambi, ma entrambi godono: a chi piace dolce, violento, erotico, rutinario, sadomaso, rapido, strano, frequente, lento, raro, fetido, tranquillo, pulito, avvincente, e in mille altre maniere. Che sia uomo o donna. Eterosessuale, omosessuale, transessuale, qualsiasi categoria. Metterla sul piano dell’animalesca soggezione puo’ piacere, ma non a tutti: non e’ l’elisir del godimento. Uomo meno violento e donna meno remissiva puo' stimolare una relazione piu’ paritaria e, dunque, a mio modesto avviso, sesso piu’ libero. Dove si fa’ di tutto per il gusto dell’atto e non per il gusto di dominare fuori delle lenzuola (o lavatrice, o tavolo, o divano, o macchina... che sia).

Monday, July 13, 2015

Una lurida notte avanera


L’effervescenza della Rampa si propaga nelle strade deserte tra San Lazaro e Infanta. Parcheggiamo a due isolati dal Malecon nel suo momento di più intensa fioritura, un afoso sabato notte di luglio in cui bianchi, bottiglie di rum, vecchi, chitarre, neri, mulatti, tamburelli, pop-corn, giovani, caramelle, bambini, caffelatte, cioccolata, lardo di maiale fritto e altre bottiglie di rum si danno appuntamento su questo muro che altro non è che il palco di un teatro la cui scenografia è un misterioso mare blu notte guarnito di bianco schiuma. Non si annovera tra le opzioni restare in casa davanti un ventilatore di fabbricazione cinese che continua a muovere aria pesante. Per la gran parte degli avaneri, le case sono oppressive, agonizzanti, cuartuchos divididos en cuartuchos divididos a su vez en cuartuchos que, en alguna ocasión, hace mucho, muchísimo tiempo, debieron de constituir un palacio. Pero eso es historia (Estevez, Inventario Secreto de La Habana).

Wednesday, April 1, 2015

Boom: emozione!

Un giorno esplode l’emozione. Pa’raba raba baba, direbbe Battisti. Lai la la la la la la’, direbbe Vasco. Sei li solo, davanti ad uno schermo di computer che ti vomita informazioni che non riesci piu’ a processare. E’ tardo pomeriggio e la tua capacita’ di concentrazione, normalmente inferiore ai 10 minuti, e’ gia’ nel cassetto pronta per essere risvegliata l’indomani dalle amabili 35 email che ti aspettano al tuo arrivo alle 8 di mattina, piccola sorpresa giornaliera della sede europea che stara’ gia’ lavorando da 6 ore quando sfiorerai il tasto ON del tuo Dell super lento - ma non c’e’ da lamentarsi, con l’embargo e’ gia’ tanto se avete un computer con Windows a testa e una connessione satellitare da 2 Mb per 70 persone.

Wednesday, October 15, 2014

Definirsi se stessi (primo post dall'ONU)

Non e’ un errore grammaticale. Bensi’ una tappa della vita. Minchia signor tenente, sto lavorando all’ONU. Fino a ieri credevo fosse una cosa impensabile, una meta irraggiungibile, un sogno. Ed ora sono qui, a dare il mio piccolo ed imperfetto contributo per tentare di migliorare la vita di molti. ¡Al servicio de las personas y las naciones! come recita il motto della mia agenzia. Ad essere l’ultimo della carretta di una grande organizzazione che, per quanto criticabile, e’ riconosciuta come un imprescindibile pilastro della politica internazionale.

Wednesday, May 14, 2014

In Senegal, acquedotti in moto

Tiro l’aria, anche se con 42 gradi il motore non deve essere poi cosi’ freddo, e sposto il peso sulla gamba destra. Prima compressione, seconda compressione. Sembra il punto morto… ma non ne sono sicuro. Effettivamente fino a sei mesi fa’ non avevo mai guidato niente piu’ che la mia fidata Vespa 50 special. Il mio collega Matteo, fa’ lo stesso. Lui, un CBF l’aveva in Italia, ma di certo non doveva accenderlo con il kick. Noi, la Yamaha XT 600, l’abbiamo imparata a guidare qui in Africa, e l’unica persona che ci ha spiegato come dare il kick giusto è stato Ali, il meccanico di fiducia che non spiccica mezza parola in francese. Primo tentativo di accensione invano. Intanto, il rombo della Honda XL 600 del nostro capo invade la calma atmosfera mattutina. Lui ha l’accessione elettrica, sulla sua moto del 1983. Secondo tentativo e le due Yamaha XT si accendono. Un motore bicilindrico si aggiunge al coro: è Baboucar con la sua Honda Transalp 600. Siamo pronti... per andare al lavoro!

Tuesday, March 11, 2014

Un viaggio all'insegna dell'esclusivita'

Benvenuti in un viaggio al di la' dei limiti dell'immaginazione, dei confini della creativita' e delle possibili elucubrazioni mentali. Un viaggio all'insegna dell'esclusivita'. Guardatevi attorno: voi due piu’ cinque altre persone e un mentore, pronti ad affrontare, insieme, un'avventura il cui livello d’imprevisti e la percentuale di rischio lambiscono soglie mai viste. Ripeto, solo voi due piu’ altre cinque persone siete ammessi all'evento e per assicurare la vostra riservatezza vi preghiamo di non rivelare la vostra identita' agli altri partecipanti. I frequenti controlli dei vostri documenti durante il percorso non solo garantiranno la vostra incolumita', ma anche eviteranno l'intromissione di altre persone desiderose di provare almeno un lampo di quelle sublimi sensazioni riservate a voi sette eletti. E’ necessario pero’ che voi siate coscienti della sfida per la quale vi state imbarcando: non c’e’ posto per eroismi, ne’ fobie. Si deve essere pronti e basta, cancellare dai luoghi piu’ reconditi della vostra mente qualsiasi attesa, speranza o certezza. E preparare il vostro animo all’accettazione di quello che verra’, qualsiasi cosa cio’ voglia dire. Pronti? Partiamo!

Friday, November 15, 2013

Sfide


Lui era li' pronto. Pantalone estivo casual, camicia e giacca a vento che poco si intonava con il resto dell'abbigliamento. Viso pulito, un mezzo sorriso che trasmetteva serenita', gli occhi persi nel vuoto concentrati su qualcosa di a me ignoto. Cosa stava pensando? Per dove stava partendo? Si avvicina al check-in 258, consegna il passaporto alla signorina il cui abbondante trucco non riesce a celare una notte passata insonne nel caldo del suo piumino. Le sorride cordialmente. Deve aver fatto una battuta o, meglio, un complimento perche' lei ricambia, lusingata da quella frivola attenzione che abitualmente non riceve dai viaggiatori. Il peso eccessivo della valigia non la preoccupa, stampa la carta d'imbarco e gli augura un buon viaggio con una voce calda e cordiale.

Tuesday, July 23, 2013

Semplicemente bella


Era da molto che non mi capitava una cosa cosi’ intensa. Per tornare dall’isola di Ngor verso la citta’ di Dakar si prende una piroga multicolore che imbarca acqua, ma nessuno sembra preoccuparsene eccessivamente. Di certo non si affondera’ nei cinquecento metri di tragitto. Le nuvole all’orizzonte spezzano la linearita’ dei raggi solari creando sfumature di colore da quadro di Monet. Ormai e’ quasi l’ora della rottura del Ramadan, le spiaggie gia’ poco popolate si svuotano e la gente si rifornisce di cibarie per saziarsi prima della preghiera. Domenica sta finendo e un’altra settimana di lavoro e’ li’ in attesa. Ma cio’ non mi da’ noia, il lavoro mi piace, cosi’ come questo paese.

Ed ecco qualcosa di inatesso e ordinariamente straordinario succede. Stiamo partendo quando una giovane coppia si avvicina alla piroga gia’ in movimento. Lui smilzo europeo appena approdato nella trentina e lei sudamericana dai dolci tratti con in braccio una creaturina di poco piu’ di tre mesi. Lei sale sulla piroga traballante con una sicurezza che solo una madre puo’ dare. E viene a sedersi davanti a me, leggermente a sinistra della linea che va tra il mio sguardo e il sole basso all’orizzonte. Lui si posiziona alla mia destra e la piroga parte per i tre minuti di traversata che per me sono durati un’eternita’.

Sunday, June 2, 2013

Irrefrenabile desiderio


La ricerca e’ un male? E’ una voglia che non si spegne mai. Potra’ crearci un problema? Bisogna riempire questa vita con qualcosa. Cosa restera’ immutato, cosa diventera’ il fulcro della nostra vita? La ricerca, soprattutto se filosofica, e’ un’arte che complica il semplice e semplifica il nulla. La confusione pervade la nostra mente, l’insoddisfazione si mischia all’ambizione, non si distingue piu’ quel confine gia’ labile tra tendenza cronica al miglioramento e incapacita’ di apprezzare il qui e ora. E’ una sorta di persecuzione, una condanna, una febbre che alcuna medicina puo’ guarire. Diventa una droga, senza la quale non possiamo stare bene, in quanto quelle sensazioni che essa ti fa provare sono ben lungi comparabili alla situazione di ordinaria mediocrita’ che altrimenti si impossesserebbe di te.

Thursday, April 25, 2013

Che sensazione di leggera follia


“Un lavoro? Ma ti rendi conto di che cosa mi stai chiedendo? Parli di lavoro come se stessi parlando di caramelle o spritz. C'e' crisi, lo sai? Hai mai sentito parlarne? Si si, continua a citarmi la Costituzione italiana, continua a ripetere che hai due lauree, continua a raccontarmi di quanti corsi di formazione hai fatto. Che me ne faccio? Si mangiano i tuoi pezzi di carta? Io, ai miei tempi, ho cominciato a lavorare subito dopo la terza media, mi sono rimboccato le maniche, non avevamo mica tempo per andare a studiare, noi. Non come voi, letterati nullafacenti che vi fate chiamare dottori. Che cosa sai fare, veramente?”

“Innanzitutto vorrei ringraziarla per la sua schiettezza, non e’ facile trovare persone cosi’ sincere di questi tempi. Successivamente vorrei evidenziare il fatto che tutto il mio percorso formativo e’ stato orientato verso questo settore e che la figura professionale che la vostra azienda sta cercando sembra proprio adatta al mio profilo. Beninteso, non ho di certo la presunzione di considerarmi esperto, c’e’ tanto da imparare da gente come lei che in questo campo vanta cosi’ tanti successi, ma la mia predisposizione all’apprendere ben si confa’ ad una posizione dinamica e proattiva come quella nell’annuncio.”